03/07/2009
16:00

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Dalla vostra inviata: Festa Democratica 2009

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Noncuranti del tempo da lupi, come da qualche giorno a questa parte nella Capitale, sprezzanti del pericolo rappresentato dalla traversata notturna da un capo all'altro della città zigzagando nel traffico non ancora placato dalle ferie, Buffalo Bill e la sottoscritta optano per una serata all'aperto senza pupi. Dove dirigersi? L'idea di sprofondare nel pantano sconsiglia Villa Ada, dove del resto il bongo regna sovrano; la prospettiva di un weekend gastronomico tra amici scoraggia a dirigersi verso i ristoranti, fossero pure fidati; e l'ora tarda proibisce di godersi qualche aria d'opera al Teatro di Marcello. Beh, ci sarebbe pur sempre la Festa dell'Unità, pardon, la Festa Democratica 2009, nella sempre valida cornice delle Terme di Caracalla, tradizionalmente visitata dai Nostri sfuggendo all'obolo atteso all'ingresso (e preferibilmente scansato con tecniche avanguardistiche), alla ricerca della pregiata salamella in piatto di carta servita dai volontari rossi. 

E così, nonostante sia in cartellone D'Alema intervistato da Polito, si parte: ancora meglio, più gente distratta dallo sproloquio e meno fila per mangiare. Il tragitto e il parcheggio meno difficoltosi del previsto gettano già in principio qualche ombra sulla vicenda. Un freddo cane, appena scesi dalla macchina, spiega almeno in parte il perché e rivela tutta l'avventatezza della scelta del vestiario estivo da parte dei nostri eroi, ambedue in lino (e in uno dei due casi persino con ampie prese d'aria). Poco male, vuol dire che mi piegherò alla sovvenzione alla causa democratica (ancora una volta schivata all'ingresso), acquistando un ampio scialle etnico. La ricerca del quale si prospetta tutt'altro che difficoltosa: più che una fiera politica, sembra di essere in un centro commerciale, visto il numero di bancarelle che si susseguono esponendo vestiti, bijoux, accessori e scarpe. Ma non c'era la crisi della quarta settimana? Ah, già, siamo nella prima.

Assicurato lo scialle, tollerando di mala voglia il "tu" democratico della negoziante (ma chi ti conosce?), va ormai risolto il problema alimentare. Vagando alla ricerca del desco ideale, lo sguardo corre da un baracchino che ospita un cartomante (ingaggiato in vista del congresso), tal Pierre, a un altro che spaccia carta riciclata. Accipicchia, ma si tratta dell'Unità: glorioso giornale diretto da... da... insomma, fondato da Antonio Gramsci, e prontamente involato dai Nostri che a una bella copia omaggio direbbero giammai di no. Qualche metro più in là, il banchetto cartivendolo raddoppia: ancora copie omaggio, ma stavolta si tratta del secondo quotidiano del PD (anche lui alieno, come il primo, dalla linea del partito, come ebbe a lamentare un dirigente democratico), meglio noto come Europa.

Infrattato anche il secondo, smaltita una fuggevole conversazione di lavoro dovuta a un incontro fortuito, la ricerca del cibo prosegue: e sempre più linearmente, perbacco. Ma stasera non dovrebbe esserci il pienone? Non c'era Baffino a parlare? Ebbene no, ci avvertono, il maltempo ha fermato pure lui, una bella scossa di temporale e giù, il palco centrale che doveva essere sede dell'intevista è ora inagibile. Pochi, sperduti e delusi democratici si aggirano per smaltire la sòla, ma il loro scarso numero ci fa pensare che, se il programma fosse stato rispettato, non sarebbe stato poi un gran pienone. Colpa del meteo? Guardandoci i piedi constatiamo che scansare la festa no global di Villa Ada non è in effetti servito a salvarci dal pantano: i giardinetti di Caracalla sono più che mai inzuppati, e all'entrata dello stand di Rinascita fanno la loro comparsa alcuni bancali in bella vista, usati come passerella.

Il rimpianto per Villa Ada ci fa sorgere la voglia di tradire per una volta la salamella e di passare all'etnico (pardon, multiculturale). Ci attavoliamo con la promessa di due samosa, un cous cous e due zighinì; e invece arriva subito uno zighinì, uno soltanto. Come mai? "Non avete ordinato a me, non posso rispondervi" sentenzia la sibillina cameriera. Il quadro si fa sempre più surreale. Ormai lupescamente affamati ci fiondiamo sul piatto; di lì a poco, in ordine sparso, arriva il resto della cena, a cura di un altro cameriere, in perfetto stile democratico. Buffalo Bill approfitta delle stocastiche attese per dare un'occhiata ai quotidiani; e risolviamo che i giornali di sinistra fanno, né più né meno, esattamente come quelli di destra, salvo trasudare ad ogni pagina, ad ogni carattere, l'aura dei perdenti. La sinistra è una destra che perde, è la vaticinante conclusione (mentre il mio consorte mi toglie gentilmente dalle mani il foglio rosso, motivando il gesto con il possibile danno per la mia salute).  

Unica nota positiva, l'acquisto di due bei volumi scovati in una bancarella di remainders; e la constatazione di 'essere finita tra i ringraziamenti di un libro di recente pubblicazione che faceva bella mostra di sé da Rinascita (grazie a te, Cristina). Mentre ci dirigiamo nuovamente all'uscita, attraversando il quadro sempre più surreale accentuato dal freddo che non decresce, risuona insistente una campanella; proviene dallo stand gastronomico centrale, quello della salamella. Troppo tardi, ahimé; me ne sarei accorta di lì a poche ore, in preda alle contorsioni per l'indigestione più selvaggia da molto tempo a questa parte. Bella serata, non c'è che dire.

23/06/2009
22:44

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Iran, più che Twitter poté la TV

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Mentre io mi godo il meritato riposo, per fortuna c'è mia sorella a occuparsi di cose serie.
10/06/2009
11:23

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Alla ricerca del sonno perduto

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Visto il risultato elettorale  (e a meno che il precipitare degli eventi non porti al potere dall'oggi al domani Di Pietro), questo blog ritiene di potersi permettersi qualche giorno di riposo - giusto il tempo di spedire la sua titolare alla ricerca del sonno perduto.

Buona siesta a tutti!
09/06/2009
16:41

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Chi fa da sé

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Ha ragione. Ha ragione il presidente della Camera Fini, il quale attribuisce in sostanza al protagonismo di Berlusconi la ragione del mancato successo del PdL alle elezioni europee (evidentemente Fini abita nello stesso paese di Franceschini&co. , al quale lo accomuna ormai non solo il diminutivo, visto che parla di mancato successo nonostante le percentuali raggiunte, e lamenta il mancato radicamento del Popolo della Libertà sul territorio persino dopo il risultato del voto amministrativo, che con il territorio dovrebbe avere qualcosa a che fare).

Ha ragione Fini, e del resto si trova d'accordo con lo stesso Presidente del Consiglio, che da due giorni non fa che lamentarsi di aver dovuto fare tutto da solo, come al solito; al punto che gli stessi candidati del PdL hanno trascurato la sua direttiva di indicare tra le preferenze quello di Berlusconi, prima ancora del proprio. Non tutti, a dire la verità: a trascurarlo, come ha acutamente notato Buffalo Bill, sono stati soprattutto i candidati della ex Alleanza Nazionale, chissà come mai. 

Ha ragione Fini, un partito non può essere trainato da una sola persona, mentre tutte le altre si limitano a stare al traino; accettando ben volentieri di ricoprire le cariche guadagnate dal capo, salvo poi approfittare di ogni momento di debolezza (effettiva o procurata ad arte) per affondare il colpo. Ha ragione: e infatti, se fossi in Berlusconi suggerirei senz'altro al Presidente della Camera, per la prossima tornata elettorale, di fare da solo (il che è forse proprio quello che vorrebbe). Gli direi, facendola finita con le comiche, di scegliersi i candidati di propria fiducia (naturalmente escludendo le veline), di fare campagna di persona, magari senza dover rispondere alle più infamanti accuse contro la propria persona e la propria famiglia, e di raggiungere così un brillante risultato, che sarà immancabilmente senz'altro più brillante di quello conseguito, in condizioni leggermente diverse,
da Silvio.

O no?
08/06/2009
14:32

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Nel Paese delle Meraviglie

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Qualche giorno fa, in campagna elettorale, il segretario (transeunte) del PD Franceschini aveva dichiarato di vivere in un'Italia diversa da quello del presidente del Consiglio Berlusconi. Tra ieri e oggi ho avuto la conferma che, in realtà, Franceschini vive in un paese diverso anche dal mio (che pure, vi assicuro, non abito in un bunker, tanto meno dorato). Nnel paese di Franceschini, il governo in carica è stato sconfitto in una tornata elettorale che ha segnato la definitiva debacle della destra, e nel quale al contrario il centrosinistra trionfa.

In un simile paese non abita solo Franceschini, ma evidentemente tutto il suo partito,
che esulta nonostante sia precipitato a meno sette punti rispetto alle politiche. Ci vive, ad esempio, l'ineffabile giovane-di-belle-speranze-democratiche, della quale non riesco neppure a ricordare il cognome (una di quelle infornate dalle passate politiche e che nell'altro schieramento si sarebbero impietosamente definite veline, ma a sinistra, si sa, diventano miracolosamente intelligenti-prima-che-belle). Intervistata da Rai News 24 stamattina, la suddetta giovane ha affermato nientemeno che l'Italia è in controtendenza rispetto al resto d'Europa, dove le elezioni europee sono state stravinte dal centrodestra. Sicuro: come spiegarsi altrimenti il successo della Lega, evidentemente una forza di centrosinistra? E come leggere altrimenti il dato che tra PDL e si arrivi al 45% dei consensi - una schiacciante minoranza, non c'è che dire?

In questo stesso paese abitano peraltro cittadini illustri, ma, ahimé, con un patrimonio politico ormai non molto più consistente della loro fama, quali i vari transfughi comunisti, da Ferrero a Vendola, a Diliberto, che, noncuranti di non essere riusciti a mettere nemmeno un piedino nel Parlamento Europeo - come già in quello italiano -, e senza più nemmeno preoccuparsi di mascherare la lettura dei risultati da riflessione sull'Europa, che fa chic e non impegna, festeggiano per l'epocale sconfitta di Berlusconi. Contenti loro.

Per fortuna, dunque, io vivo in un paese diverso. Un paese dove i cittadini, piuttosto stufi delle manfrine europee, degli sprechi di Bruxelles e Strasburgo, delle limitazioni poste alla libertà dei singoli e delle imprese, del calderone di ventisette paesi che in comune non hanno ormai più che il trattato di Schengen, hanno deciso di non seguire i suggerimenti di un pur convincente Berlusconi, impegnato nell'unica occasione di vera campagna elettorale, una tribuna televisiva, a spiegare perché l'Europa è cosa buona e giusta; hanno deciso, specialmente se abitanti nelle aree economicamente più vitali, di esprimere tutte le loro perplessità, e lo hanno fatto allo stesso, identico modo dei cittadini di tutti gli altri paesi, dove avanzano le forze conservatrici e euroscettiche - vale a dire, astenendosi, oppure votando una forza conservatrice e euroscettica come la Lega.

Ma cambiando l'ordine degli addendi, la somma non cambia: nel paese in cui io vivo, e in cui evidentemente non vivono i democratici e i comunisti, la Lega è al governo insieme allo stesso Berlusconi del quale si celebra impropriamente e prematuramente la sepoltura politica, e del resto lo stesso Cavaliere, conscio del peso che gli alleati leghisti avrebbero avuto, ha già mostrato di essere consapevole (non solo per la questione Veneto, o per quella del referendum) della necessità di un tributare a questo peso un riconoscimento tangibile, per conservare l'equilibrio di una solida maggioranza, che resta pertanto tale.

In questo stesso paese, peraltro,
la sinistra ha subito una sconfitta cocente, tanto nella versione estrema, espulsa anche da Strasburgo, quanto in quella "moderata", ridimensionata di svariati punti non solo rispetto alle aspettative ma anche ai risultati delle politiche, se proprio bisogna tirarle in ballo. In questo stesso paese, la principale forza di opposizione, che aveva basato quel che resta di una campagna elettorale giocata tra minorenni e divorzi sul fatto di accreditarsi come argine al "padrone assoluto", è stata drasticamente smentita proprio in questa speranza. In questo stesso paese, l'unico a poter festeggiare nell'opposizione è quello che un volume di recente presenza in libreria definisce "il Tribuno", che si conferma la spina nel fianco di qualsiasi speranza democratica; abitante, peraltro, dello stesso paese di Franceschini&co., se ha avuto il coraggio di dire che il PD "tiene", dopo sette punti in meno in gran parte confluiti nel serbatoio elettorale dell'IdV.

Di Pietro ha vinto, dunque? Eppure, non stiamo parlando di aver superato i voti del Popolo della Libertà, o foss'anche del suo alleato, ma semplicemente essere assurto a una percentuale di qualche decimale superiore alle ultime registrate, e pur sempre inferiore alle due cifre. Una vittoria? Una sconfitta? Ma forse nel Paese delle Meraviglie in cui l'opposizione vive neppure le parole hanno lo stesso significato che nel mio, neppure le più semplici; semplici come "vittoria" o "sconfitta", ad esempio.  
28/05/2009
15:41

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La mala educacion

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E' quanto meno singolare che, per attaccare Berlusconi, il segretario del PD transeunte (debitamente seppellito come tale a Ballarò da un Pannella in splendida forma), Dario Franceschini, abbia pensato di evocare il concetto di educazione. Singolare perché, e non solo negli ultimi tempi, la parte politica che Franceschini transitoriamente rappresenta ha alacremente lavorato per seppellire questo concetto.

A cominciare dalla sua declinazione pubblica: sono più di trent'anni che, spalleggiate a sinistra, alcune minoranze chiassose e organizzate, antesignane delle moderne onde su onde, hanno inaugurato il dileggio per ogni forma di apprendimento programmato, di valutazione dei risultati, di rispetto per l'autorità docente, sulle quali si basava - e sarebbe bene si basasse tuttora - l'istruzione scolastica. I contestatori hanno insegnato a non imparare: hanno distrutto il principio stesso dell'umiltà della quale ogni discente che voglia davvero porsi come tale deve opportunamente rivestirsi; hanno proposto il rovesciamento delle gerarchie, anche scolastiche, autoerigendosi a giudici incontrastati del rendimento; hanno trasformato il diritto generale all'istruzione in un dovere di istruzione generica, superficiale e spersonalizzante, in nome di un'uguaglianza che lungi dal sostenere i meno fortunati ne ha mortificato talenti e prospettive.

Ma la demolizione dell'istruzione si fonda in una più profonda, e più pericolosa, devastazione dell'educazione, che dal versante pubblico si allarga a quello privato, e più in generale alla dimensione morale e civile. Caldeggiando la massificazione educativa, dalla più tenera infanzia fino all'età della ragione, la sinistra ha operato affinché alle scelte dei genitori e ai bisogni dei figli si sostituissero le impostazioni dello Stato, anteposto alla società, alle famiglie, alle persone. E qui non si tratta del passato remoto del sessantottinismo: ancora nell'ultima campagna elettorale, il predecessore di Franceschini (evidentemente ancor più transeunte di lui) ha lanciato l'agghiacciante slogan degli "asili nido universali", mostrando - lui che ha negato di essere mai stato comunista - una perfetta continuità con la politica educativa di democrazie fiorenti come la DDR o la Cina, nelle quali intere generazioni di lattanti chiuse per trecentosessanta giorni all'anno in asili nido aperti dalle sei alle dieci di sera, affidate alle tenere cure dello Stato invece che a quelle dei genitori, sono immancabilmente diventati adulti violenti, xenofobi e disadattati. 

Quel che suona peggio, nelle dichiarazioni di Franceschini, non è l'offesa portata a Berlusconi e ai suoi figli, giustamente risentiti di tanta arroganza. Proponendo l'idea di un presidente del Consiglio educatore della prole degli italiani, il segretario transeunte del PD mostra di condividere questa prospettiva, per la quale la responsabilità dell'allevamento dei figli non è anzitutto dei genitori: ma del governo, della politica, dello Stato. Una prospettiva che defrauda madri e padri dei loro diritti e doveri, trasferendoli a una collettività tanto astratta quanto potenzialmente pericolosa. Nel migliore dei casi, i figli cresciuti sotto gli auspici di questa "mala educacion" finiscono nel calderone dei "bamboccioni", nel peggiore in quello dei "bulli" (o dei comuni delinquenti). E questo senza che i genitori, increduli, possano fare altro che prendersela con quello stesso Stato cui li avevano affidati, al quale ora rimproverano di non aver trovato loro lavoro, di non aver dato loro una casa, di non aver permesso che formassero una famiglia, così come prima lo rimproveravano di non aver concesso loro il "sei politico" o di non aver soprasseduto sul voto di condotta.

Sarà un caso se al contrario proprio i flgli di Berlusconi, invece che bamboccioni o bulli (o peggio, come pure è successo in alcune tra le migliori delle grandi famiglie del capitalismo italiano), sono dirigenti, imprenditori, studenti e genitori modello?