19/11/2009
14:51

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Che fine ha fatto Silvio B./3

Archiviato da janecalamity in: politica, novel
Giunto alla terza puntata l'esperimento di "blogtelling". Le puntate precedenti possono essere recuperate selezionando il tag "novel".

Gli altri convitati non comprendevano il perché dell'aria scura che aleggiava. Se non da festeggiare, dopo una notizia simile c'era almeno da riprendersi, da risollevarsi, da ricominciare: quello che avevano sognato per almeno quindici anni era diventato realtà, la strada era finalmente sgombra, e come se non bastasse, quasi miracolosamente  non c'era stato bisogno di deflagrazioni - come il solito tribuno della plebe auspicava da tempo -  per rimuovere l'ingombrante ostacolo. La presidente, poi,  sfoggiava un volto particolarmente disteso: la notizia sembrava aver funzionato da cura di bellezza per il suo aspetto sul quale si erano un tempo appuntati gli ironici strali del Presidente. Scomparso lui, sembrava che persino le già fondate rughe si fossero ridotte di numero e intensità.
Ma il segretario non sembrava dello stesso parere: a lui, l'eliminazione dell'ingombrante avversario, che avvenisse per caso o per dolo, non era mai sembrata la soluzione migliore. Era dall'elezione che cercavano di tirarlo per la giacca, di trascinarlo ora in una piazza ora in un'altra, di fargli sottoscrivere appelli e questionari. A dirla tutta, il Caimano non gli era neppure antipatico: fosse stato per lui, avrebbe persino azzardato una partitina a bocce, fatta la tara della difficoltà di riuscire a trascinarlo negli ambienti solitamente più consoni a questo sport.
E invece, a questo punto il minimo che ci si aspettasse da lui includeva festeggiamenti, mobilitazioni, iniziative: insomma, la base avrebbe voluto che prendesse in mano la situazione. Ohibò: il partito che era stato chiamato a guidare non poteva più dirsi certamente di lotta, e non aveva mai ancora avuto il tempo di dirsi di governo: da che parte cominciare? E d'altro canto, come fare fronte alle rivendicazioni uguali e opposte che non avrebbero certo tardato a giungere: l'una, dal gruppo editoriale che da tempo attendeva di riscuotere gli utili generati dall'OPA gettata sull'opposizione; l'altra, dal Cofondatore che aspettava certo a questo punto di monetizzare gli endorsement incautamente donatigli in tempi non sospetti? Mentre si crogiolava in cotanti pensieri, il cordless della sala squillò: e la segretaria lo avvertì che dall'altro capo del filo c'era il Cattolico. (3 - continua)
18/11/2009
13:41

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Another one bites the dust

Archiviato da janecalamity in: politica, donne, personal
Francesca, receptionist turnista in un grande albergo, due meravigliosi figli di quattro e due anni, niente tate, niente nonni, niente colf, un marito capitano dell'Aeronautica lontano da casa a intervalli di un mesetto ogni due, che tra le ultime missioni annovera il Kosovo e l'Afghanistan, chiede il part-time.

Oggi ha saputo la risposta: negativa.

Solo una domanda ancora: fino a quando?
17/11/2009
12:26

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Che fine ha fatto Silvio B. /2

Archiviato da janecalamity in: politica, novel
Continua con la seconda puntata l'esperimento di "blogtelling". Le puntate precedenti possono essere recuperate selezionando il tag "novel".

Nessuno aveva sospettato, neppure il Cofondatore. Come molti, troppi altri, lo apprese dai quotidiani: ciò che  lo fece letteralmente saltare su tutte le furie, superando nell'ordine lo stupore, lo spaesamento, e quel pizzico di speranza che la notizia avrebbe altrimenti potuto accendergli in cuore. Ma il fatto stesso che nessuno avesse pensato di avvisarlo, prima che la notizia diventasse di pubblico dominio, lo faceva infuriare. Nessuno dei suoi, nessuno dei propri. Non avevano ancora capito, evidentemente, eh no, e dire che proprio un simile evento avrebbe dovuto metterli in guardia, farli scattare, o almeno, insomma, avvicinare alla cornetta, alla porta, avvertirlo, prima degli altri.
Ancora visibilmente irritato, decise di interrompere il consueto rituale mattutino (comprensivo di cambio del pannolino), fece quattro o cinque telefonate in cui manifestò eloquentemente il suo stato d'animo, infine uscì prima del previsto, mettendo in subbuglio staff e bodyguards. Furono interrotte colazioni, furono indossate precipitosamente giacche,
furono scese scale a due a due, furono imboccate porte, furono cavalcate moto e infilate portiere di auto, in qualche caso dribblando i primi microfoni che già si assiepavano anche intorno alle bocche meno alla ribalta.
Non tutte le colazioni, a dire il vero. I cappuccini nelle tazze di design, posati sull'elegante tavolo ovale, nella sala ariosa, circondata da un nulla di gran classe, erano finiti da un pezzo: ma più che a calici vuoti al termine di una festa, somigliavano a bicchieri d'acqua vuotati per assumere amare aspirine. Il segretario, a capo calato, sospirò: bella grana, proprio a lui, proprio all'inizio. 

(2- continua)

16/11/2009
14:29

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Che fine ha fatto Silvio B. /1

Archiviato da janecalamity in: politica, novel

Con questo post inizia un esperimento di "blogtelling": puntata dopo puntata, il blog ospiterà un racconto incentrato sulle vicende di Silvio Berlusconi, e di riflesso su quelle del nostro paese.
Il punto di partenza è un evento fantasioso, ma forse non così tanto: di certo, non così lontano tanto dall'immaginario nazionale, né dalla sua recente storia vissuta. Buona lettura.


Quando fu ormai chiaro che ogni ulteriore tentativo sarebbe fallito, una mano gentile schiacciò il pulsante rosso del cellulare, e tutto tacque. Il sottosegretario cominciò a passare la mano fluente tra i capelli, lasciando poi che si incastrasse tra i rivoli candidi, e vi poggiò l’intero capo.

Sparito: il Presidente era semplicemente sparito. Svanito, dissolto, scomparso. Si era reso irrintracciabile persino per i suoi: quelli più stretti, quelli che lo marcavano a uomo, per proteggerlo, per sollecitarlo, per assillarlo. L’ultimo avvistamento, nel pomeriggio, era stato di fronte alla porta iperblindata della stanza d’hotel in cui lo attendeva una breve pausa di riposo, prima del summit. “Voglio restare solo”, aveva detto; poi, il silenzio. Di lì, l’inspiegabile ritardo, gli squilli a vuoto, l’allarme, le inutili ricerche; infine, un trillo, la sua voce da un cellulare – quello del suo più fedele - per annunciare che sì, stava bene, ma non si sarebbe mai più fatto vivo.

A pensarci bene, le avvisaglie c’erano tutte. L’agenda del Presidente era rimasta insolitamente vuota – a parte gli impegni di routine – dopo quel viaggio, l’intervento in un importante vertice internazionale. Da settimane, le voci più disparate sul futuro del governo si rincorrevano, alternate a nuovi avvisi di garanzia, a notizie sull’andamento dei progetti di legge voluti dalla maggioranza filo presidenziale che somigliavano piuttosto a bollettini di guerra, a dichiarazioni di parlamentari che si sfilavano, con maggiore o minore eleganza, dal sostegno al premier. Ma negli ultimi tempi il Cavaliere non faceva che salire e scendere da aerei con rotte transoceaniche, a detta dei malevoli per scansare i ripetuti inviti a comparire recapitati dal tribunale di Milano: così, quando fu annunciata a mezza bocca la sua latitanza in occasione del nuovo vertice euroasiatico, non persero occasione per accusarlo di aver appositamente architettato il viaggio per dribblare l’ennesimo agguato giudiziario.

Nessuno immaginava davvero che questa potesse essere l’ultima volta: nessuno aveva seriamente pensato all’occasione irripetibile che lo sconfinato territorio dello Stato “amico ma non alleato”, come qualcuno l’aveva definito, poteva rappresentare per l’ormai accerchiato Presidente.


(1- continua)

13/11/2009
14:29

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Standing ovation: Marina Corradi

Archiviato da janecalamity in: cultura, politica, donne, personal
"«Neppure un giorno a casa», promette sorridendo il ministro Mariastella Gelmini, annunciando la sua prossima maternità. È la tendenza fra le nuove madri professioniste o dirigenti, superimpegnate in un lavoro che le appassiona, e in grado di pagare le migliori tate: «Neppure un giorno a casa». Libere di fare come preferiscono. Tuttavia, però, vorremmo solo dire a queste donne, in amicizia, una cosa: vi perdete, in quest’ansia di tornare a "produrre", qualcosa di molto grande. Vi perdete le vostre ore più belle. È un privilegio ormai, in questi tempi di precariato, potersi concedere di fermarsi per un figlio. È quasi un lusso. Ma a mia figlia, quando sarà grande, direi: prenditi tutto il tempo che puoi, consuma questi giorni in pace. Guardati, abbracciati il tuo bambino. Queste ore non torneranno [...[".

"[...] Questo dirò a mia figlia, quando sarà grande. Le dirò che il lavoro è una cosa bellissima, è una cosa importante. Ma non lo è tanto da rinunciare ai primi mesi con tuo figlio. Sono tuoi, ti appartengono. Sono un privilegio – sì, privilegio, anche se oggi non si usa dirlo – delle donne: la straordinaria gioia di mettere al mondo, dalla propria carne, noi capaci di nulla, un uomo.
Signora ministro, auguri. Se lo goda almeno un po’, il suo bambino. Tutto, di fronte a lui, può attendere. Non si perda l’inizio di un grande amore".

Marina Corradi, Signora ministro, si prenda il tempo più bello, L'Avvenire, 12/11/2009



UPDATE: La standing ovation viene immantinente estesa a Marina Terragni, su Leiweb:


"Mariastella avrebbe pensato a una soluzione eroica, alla Dati: nemmeno un giorno a casa, c’è troppo da fare. A parte il fatto che la cosa non ha portato per niente fortuna a Rachida, noi stiamo dalla parte del figliolino che vorrà la sua mamma accanto ancorché ministra, cosa della quale a lui non importa proprio nulla
Come avevamo detto a suo tempo per Rachida, l'eroismo di Mariastella non fa bene alle altre mamme, perchè autorizza i datori di lavoro a pretendere altrettanto dalle loro dipendenti ("la Mariastella sì e tu no?"). Una donna in una posizione eminente è un modello per tutte e tutti, e crea con cià che fa dei "precedenti2 simbolici. In questo ha una grande responsabilità.
Ma non si tratta solo di giorni di permesso. La cosa che conta è questa messa in parentesi della maternità - e in una parentesi sempre pi ùstretta - l'esperienza più sconvolgentemente femminile che noi donne "maschilizzate" possiamo ancora fare. Quando diventi madre, quando senti quegli odori e
sperimenti quei tempi che corrono dalla notte dei tempi, scopri e capisci tante cose importanti non solo per te e per il piccolo, ma anche per il mondo, che ne ha disperatamente bisogno. Che ha più bisogno del tuo latte che delle tue scartoffie".
12/11/2009
11:11

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Ma io aborro la banda larga (elogio della leggerezza autarchica)

Archiviato da janecalamity in: cultura, politica, donne, media e tv
La dilazione stabilita dalla solita via XX settembre dell'investimento di 800 milioni per la realizzazione della banda larga ha scatenato l'ira bipartisan della gente della rete (presumibilmente tutta già largamente connessa, peraltro), e spinto qualcun altro nel Governo a correre ai ripari, ribadendo la priorità dell'investimento in broadband  per il futuro del paese. Eppure, a me sembra che - ferma restando la necessità di spendere, e pure tanto, per l'ammodernamento tecnologico del paese - esistano modi migliori di spendere 800 milioni di euro per connettere i cittadini, senza ridurre lo Stivale a un colabrodo; vale a dire, puntare su infrastrutture light, invece che heavy. Mi spiego meglio.

La realizzazione del cablaggio nazionale per la banda larga richiede lavori, cavi e scavi, permessi, cantieri, verifiche di impatto ambientale. Un po' come in Val di Susa, con la TAV - giusto per far strabuzzare le pupille ai miei quattro lettori. Ora, esistono da tempo alternative che permetterebbero di accantonare questo scavare e traforare per costruire reticolati di fili: sono le connessioni wireless, e non penso solo alle chiavette USB della telefonia mobile, ma anche, e soprattutto, al Wi-Fi. Per riprendere l'esempio della Val di Susa - e proseguire nel disvelamento del mio 'inedito lato no-Tav -, la banda larga "wired" sta al Wi-fi come i treni TAV stanno agli aerei, che da un lato possono fare a meno di infrastrutture pesanti, dall'altro fare affidamento su certo numero di infrastrutture a terra già esistenti.

Mi si dirà: ma impiantare le antenne per il Wi-fi richiede comunque la posa di un certo numero di fili, ha comunque un impatto, ha comunque un costo, e la connessione non è poi così veloce. Bene: e qui cadono a fagiolo le analisi di fattibilità, nonché i milioni di euro da spendere perché le antenne vengano impiantate e i livelli minimi di connessione migliorati fino a raggiungere standard da broadband. E se anche non li raggiungono, pazienza: francamente, mi pare che la differenza tra 2 e 20 MB al secondo non giustifichi la differenza di effort e di impatto tra le due soluzioni. Sempre per rifarmi all'esempio della TAV, e sconcertare definitivamente i miei tre lettori superstiti, l'impellente necessità di far viaggiare le mozzarelle a velocità supersonica verso la Francia, ammesso che esista, non mi pare giustifichi lo scempio della Val di Susa. Sì, le mozzarelle: perché le persone prendono da tempo l'aereo, e con i voli low cost lo prenderanno sempre di più; e se così non fosse, varrebbe piuttosto la pena di incentivarle a prenderli, che spendere tempo e denaro per costruire una ferrovia che tra dieci anni sarà vecchia.

Ecco il punto: mi sbaglierò senz'altro, ma ho come l'impressione che il cablaggio dell'intero territorio nazionale tra dieci anni sarà già superato: perchè nel frattempo saranno maturate definitivamente le altre possibilità, oggi già esistenti, e servirci di un cavo per portare una connessione ci sembrerà francamente ridicolo - un po' come oggi ascoltare musica da un CD invece che da un lettore MP3 con USB è rimasto appannaggio della mia obsoleta generazione. Insistere sulla soluzione hard, più difficoltosa e impattante, quando quella soft esiste già e chiede solo risorse e attenzione per sbocciare, mi sembra davvero una follia.

Non me ne vogliano a questo punto i due lettori rimasti, se torno alla mia ossessione per gli asili nido: per fare di entrambi, nidi e banda larga - e aggiungo anche la TAV, l'esempio dell' inutile predilezione nazionale per una sorta di industria pesante delle risposte ai problemi del Paese - tecnologici, logistici o sociali che siano. Risposte inevitabilmente pesanti, a loro volta, che sanno tanto di piani quinquennali sovietici, che implicano in tutti e tre i casi impegni edilizi significativi, incentivando il ruolo di quello Stato palazzinaro che tanto ci piace; che puntano quindi tutto sui costi fissi, ad alto rischio di diventare dopo qualche anno improduttivi, per la felicità del nostro debito pubblico; che insistono a seguire percorsi allogeni - indicati, in almeno due casi su tre, da una fonte europea le cui indicazioni difficilmente possono aderire alle specificità e alle esigenze del nostro paese. Costruiamo nidi pubblici perché così ci ha detto Lisbona; realizziamo una rete ferroviaria ad alta velocità perchè questo abbiamo promesso all'Europa; e adesso ci intestardiamo sulle reti a banda larga, per una sorta di coazione a imitare presunti esempi europei "virtuosi".

Uno sguardo più attento alle nostre peculiarità sociali, territoriali, storiche ci porterebbe forse a percorrere vie diverse. E qui scandalizzerò definitivamente per sempre anche l'unico lettore rimasto in linea, che ha già mal digerito l'affondo no-TAV, appellandomi per l'ultima metafora addirittura alla storia del socialismo reale. Una storia che ha visto il cosiddetto sol dell'avvenire sorgere non negli Stati Uniti o in Europa, con buona pace dei suoi teorici, sulle ceneri della borghesia avanzata ma ormai in disfacimento; ma in Russia e in Cina, paesi dove lo stadio intermedio della maturazione borghese prima della presa del potere proletario era assolutamente impensabile, data l'assenza non solo della suddetta borghesia, ma dello stesso proletariato industriale.

Eppure, Russia e Cina sono approdate allo stato comunista, saltando a pié pari  (se pure lungamente dibattendo) le tappe della dialettica marxista. Se ce l'hanno fatta loro, perché non noi? No, non a diventare un paese comunista - riprendi fiato, ormai ex lettore: ma a saltare a pié pari verso la meta finale, senza passare dalla tappa intermedia. Che c'importa se anche tutta l'Europa fosse cablata, piena di ferrovie ad alta velocità e di nidi? Noi abbiamo un paese spinoso, pieno di montagne e di bellezze, con un patrimonio umano e familiare da non disperdere. E se invece di ostinarci in pesantezza, seguendo e perseguendo le soglie minime che altri ci additano per raggiungere la loro posizione e procedere poi insieme verso l'obiettivo di liberazione  finale, noi li sorprendessimo in leggerezza, gettassimo all'aria nidi, treni e cavi e ci liberassimo a modo nostro, da soli?