02/01/2008
19:16

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L'Unico Quotidiano Che NON Leggo (una moratoria per la maternità)

Archiviato da janecalamity in: donne, personal, elefantino
Il nuovo anno è cominciato per me con una vecchia novità: rieccomi dopo tempo immemorabile  varcare la soglia della mia sede di lavoro, abbandonata per dedicarmi a più feconde attività, almeno fino a quando la legge me lo ha consentito. E così, come molte altre cosiddette madri lavoratrici, mi sono prodigata per affidare la mia prole in buone mani durante la mia assenza, e con il cuore in gola mi sono diretta in ufficio. Nel tragitto, come al solito eccomi a sfogliare le pagine dell'Unico Quotidiano Che Leggo; che anche oggi - come ormai accade da qualche giorno - è popolato di un nutrito epistolario. Il tema, com'è noto, è la moratoria sull'aborto lanciata dall'Elefantino, che ha colto al balzo la palla dell'iniziativa italiana all'ONU per lanciare la sua battaglia contro l'interruzione di gravidanza e ha proclamato una sorta di sciopero della fame (almeno per quanto riguarda i cibi solidi) fino al capodanno ormai trascorso per richiamare l'attenzione sul tema.

Come nei giorni precedenti, scorro le epistole che si susseguono nel bianco e nero delle pagine. Accanto a lettere di foglianti più o meno comuni compaiono i nomi di giornalisti, politici, religiosi e cosiddetti opinion-makers, accorsi ad appoggiare Ferrara. Tutti, più o meno, insistono sull'imperscrutabilità della vita, sull'incognita che avvolge il momento della sua comparsa, sull'unilateralità con la quale avviene di decretare, del tutto arbitrariamente, la sua effettiva sussistenza, sull'impossibilità insomma di procedere a cuor leggero alla sua soppressione facendosi scudo del fragile velo legislativo. Tutti con gli occhi puntati sull'embrione, sull'entità sempre meno evanescente, sempre più tenacemente aggrappato alla capacità di sopravvivenza, da molto prima - ormai - di quanto si sospettasse quando fu approvata la legge 194.

Già, la vita, l'embrione. Il mio ex-embrione, mi dico, in questo momento è in mani estranee; è lontano da me, che devo necessariamente separarmene. Tra non molto lo sarà ancora di più, venendo a decadere anche l'ultimo beneficio che la legislatura sulla maternità mi assegna: quello di usufruire di un paio d'ore al giorno per permettermi di continuare l'allattamento fino all'anno di vita. Dopo di che, anch'io come le altre madri lavoratrici mi rassegnerò a una separazione quotidiana più lunga; e lo farò senza scandalo, mio e altrui, considerando perfettamente normale il fatto di riprendere un'attività che di diritto mi allontana da mia figlia per nove ore al giorno (su dodici di veglia sua: il che, considerando due mezze ore di spostamento per raggiungere il luogo di lavoro, fanno complessive ben due ore, dico due, da trascorrere con la mia primogenita), ma di fatto può tenermi via anche fino a quattro ore al giorno in più. Nel frattempo, la bambina sarà di certo in ottime mani; oh, sì, mani qualificate, mani esperte, mani affettuose, che la nutriranno e la cureranno come le mie.

Ma non sono le mie. Sono mani altrui, equamente retribuite per accollarsi in mia vece l'unica attività cui la mia esistenza meriterebbe di essere destinata: l'allevamento e l'educazione di mia figlia. Mani di donne che magari a loro volta hanno affidato a chissà chi la propria prole, per percepire uno stipendio a fronte del tempo dedicato a curare la prole di terzi.  Di tutto questo, nelle lettere del Foglio, non c'è traccia. Nessun accenno al fatto che la nuova esistenza - desiderata o meno, ma comunque messa al mondo - abbia necessità di essere raccolta, seguita e coltivata come il più prezioso dei beni. Neppure il più pallido tentativo di domandarsi, dopo l'assenso che fa di un potenziale omicidio una vita attuale, di questa vita cosa ne sia.

E' l'ennesimo giorno che scorro le lettere arrivate al quotidiano di Ferrara, e noto questa roboante assenza; ma oggi, a differenza che nei giorni precedenti, sento di sopportarla un po' di meno. Il fatto è che ne ho abbastanza di sentir concionare sulla sacralità della vita e sui diritti del nascituro, senza che nessuno si domandi cosa accade quando quel nascituro diventa nato. Ignorare questo punto significa continuare a considerare il corpo materno nient'altro che un utero, e risolvere in un colpo di mano il suo mefitico rapporto con l'altro da sé che cresce in sé, semplicemente dimenticandolo. La madre non è due solo nel momento della gravidanza, come ricorda la Roccella; la madre è due sempre, lo sarà fino a che vivrà, perché è da lei che dipende la vita di suo figlio; fisicamente, fino a che lo porta in grembo, materialmente nei suoi primi anni di vita, e "solo" moralmente in seguito.

Sono stufa di sentir mettere in questione il primo punto di vista, senza avere la maturità e la responsabilità di prendere in considerazione gli altri due; sono stufa di primedonne che lanciano la battaglia del giorno chiudendo gli occhi su temi che per l'opinione pubblica sono assai meno seducenti,  ma per il nostro futuro non sono affatto meno importanti. E' molto più facile, oggi, lanciare anatemi contro l'interruzione di gravidanza (equiparando in un incosciente livellamento, a parte le formulette di maniera, tutte le mille diverse storie che ad essa conducono), piuttosto che lanciare una riflessione seria, e più ancora un'iniziativa responsabile, per permettere a una maternità di essere davvero tale, dall'inizio alla fine. Troppo facile dire a una donna di fare figli, quando ancora oggi in Italia questo vuol dire solo partorirli, senza poterli allevare e educare se non a prezzo della discriminazione sociale, economica e lavorativa. Troppo facile accontentarsi che un nuovo essere venga al mondo, senza pretendere (pretendere!) che quell'essere goda fino in fondo del suo diritto di diventare una persona completa, amata ed equilibrata in seno a una famiglia messa in condizioni di essere davvero tale.

E così, ho deciso che sarà oggi, primo giorno lavorativo del nuovo anno, l'ultimo giorno che comprerò Il Foglio. Almeno fino a quando Ferrara, insieme alla dieta liquida, non escogiterà qualche forma di protesta per stigmatizzare la vera strage degli innocenti: quella di cui ogni giorno decine di centinaia di donne come me, poste di fronte a una scelta dura quasi quanto quella della prosecuzione di una gravidanza, si macchiano, finendo per accettare l'estraneazione dal sangue del loro sangue, nominalmente affidato alla competenza di terzi, in realtà parcheggiato a pagamento in qualche luogo con qualcuno che faccia sentire la madre meno in colpa possibile mentre cerca di tenere faticosamente insieme le due rive del mar rosso della sua vita. Almeno fino a quando gli ecclesiastici che hanno così entusiasticamente appoggiato la moratoria di Ferrara non si preoccupino di creare per primi in seno alle loro comunità le condizioni per cui una famiglia possa non sentirsi discriminata: come accade ancora oggi durante  celebrazioni eucaristiche in cui gli allegri vagiti dei pargoli vengono salutati con sguardi di stizza dal celebrante, o durante la partecipazione ad altri momenti della vita parrocchiale in cui neppure i cinque minuti di tolleranza per badare alle necessità dell'infante vengono ammessi (e tantomeno compresi). Almeno fino a quando la revisione della liberazione femminile che l'Elefantino ha da tempo intrapreso, dopo aver toccato la sessualità impazzita e autoriferita, l'obbligo di sfiducia nel matrimonio, il miraggio dell'aborto a domicilio, non decida di coinvolgere anche l'irrisolta cesura tra lavoratrice e madre, risolta in passato con l'abdicazione totale a favore del secondo termine, e al giorno d'oggi a favore del primo; ma senza che nessuno abbia ancora mai provato a lasciarli sopravvivere entrambi, fragili come e più di un embrione in un'ecografia.