06/11/2008
15:47
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A loro Barack, a noi i burattini
Archiviato da janecalamity in: politica
Non so quanto chiaro fosse dal precedente (ironico!) post: ma la mia opinione è che la vittoria di Barack Obama, malgrado lo slogan elettorale del nuovo presidente degli Stati Uniti, cambierà in realtà ben poco. Senz'altro meno di quanto si aspettino gli elogiatori nostrani, dell'uno e dell'altro schieramento: limitandomi a riservare a quelli vicini alla maggioranza pensieri molto vicini a quelli espressi da Antonio Martino qualche giorno fa, penso all'attuale opposizione governativa, tanto quella parlamentare che quella cui non è riuscito di farsi eleggere.
Dovrebbe già essere stata chiara a costoro la differenza che intercorreva tra i loro sogni di revanscismo e la realtà del candidato di colore: ma, se così non fosse stato, sarebbe bastato ascoltare il discorso con cui Obama ha preso atto della sua vittoria. Al di là del riconoscimento ben più che formale del valore dell'avversario, il nuovo presidente ha suggerito che la stessa causa americana li accomunava: ha dichiarato che, al di là delle divergenze politiche (non ideologiche), andava dato atto al suo oppositore di aver combattuto per il proprio paese; ha ribadito insomma che, ben prima che democratici o repubblicani, gli americani sono e restano americani, cittadini liberi, patriottici e laboriosi.
L'America non cambierà con Barack Obama, non sostanzialmente, non come se lo aspettano gil "obamiani" più o meno estremi. Chi spera di vedere questo grande paese con il capo cosparso di cenere resterà presto deluso; chi immagina che il nuovo presidente non perseguirà in maniera tenace e avveduta gli interessi degli Stati Uniti nel mondo, così come a suo modo il suo predecessore (sul quale l'ultima parola andrà comunque alla storia), sarà smentito dai fatti. A cambiare saranno semmai piuttosto gli spettatori del palcoscenico internazionale, il cui atteggiamento pregiudizialmente contrario a Bush si tramuterà immancabilmente in un atteggiamento altrettanto pregiudizialmente favorevole a Obama; già in queste ore si sprecano i loro lusinghieri commenti, figuriamoci quando il nuovo presidente arvà avuto modo di mettersi al lavoro.
Contenti o no, questi signori saranno allora comunque ansiosi di mostrarsi soddisfatti dell'operato di Obama, non mancheranno di raffrontarlo con quello di George W. - a detrimento di quest'ultimo, naturalmente. Fino a quando Obama non dimostrerà inequivocabilmente di essere, prima ancora che nero, democratico e telegenico, un cittadino americano, con tutto quello che ciò implica da almeno tre secoli: e mettendo a tacere gli impropri accostamenti e i maldestri tentativi di approccio che dalle più svariati parti politiche vengono azzardati in queste ore, non dimostrerà che, se agli americani è toccato un Barack, a noi continuano a restare purtroppo solo i burattini.
Dovrebbe già essere stata chiara a costoro la differenza che intercorreva tra i loro sogni di revanscismo e la realtà del candidato di colore: ma, se così non fosse stato, sarebbe bastato ascoltare il discorso con cui Obama ha preso atto della sua vittoria. Al di là del riconoscimento ben più che formale del valore dell'avversario, il nuovo presidente ha suggerito che la stessa causa americana li accomunava: ha dichiarato che, al di là delle divergenze politiche (non ideologiche), andava dato atto al suo oppositore di aver combattuto per il proprio paese; ha ribadito insomma che, ben prima che democratici o repubblicani, gli americani sono e restano americani, cittadini liberi, patriottici e laboriosi.
L'America non cambierà con Barack Obama, non sostanzialmente, non come se lo aspettano gil "obamiani" più o meno estremi. Chi spera di vedere questo grande paese con il capo cosparso di cenere resterà presto deluso; chi immagina che il nuovo presidente non perseguirà in maniera tenace e avveduta gli interessi degli Stati Uniti nel mondo, così come a suo modo il suo predecessore (sul quale l'ultima parola andrà comunque alla storia), sarà smentito dai fatti. A cambiare saranno semmai piuttosto gli spettatori del palcoscenico internazionale, il cui atteggiamento pregiudizialmente contrario a Bush si tramuterà immancabilmente in un atteggiamento altrettanto pregiudizialmente favorevole a Obama; già in queste ore si sprecano i loro lusinghieri commenti, figuriamoci quando il nuovo presidente arvà avuto modo di mettersi al lavoro.
Contenti o no, questi signori saranno allora comunque ansiosi di mostrarsi soddisfatti dell'operato di Obama, non mancheranno di raffrontarlo con quello di George W. - a detrimento di quest'ultimo, naturalmente. Fino a quando Obama non dimostrerà inequivocabilmente di essere, prima ancora che nero, democratico e telegenico, un cittadino americano, con tutto quello che ciò implica da almeno tre secoli: e mettendo a tacere gli impropri accostamenti e i maldestri tentativi di approccio che dalle più svariati parti politiche vengono azzardati in queste ore, non dimostrerà che, se agli americani è toccato un Barack, a noi continuano a restare purtroppo solo i burattini.










