28/03/2006
02:18

commenti (9)

All's bad that ends bad?

Archiviato da janecalamity in: politica

Di nuovo botte da orbi: mi rassegno, ogni volta che manco due giorni scoppia il finimondo. Stavolta, di nuovo, i gemellini e Enzo Reale se le danno di santa ragione: e fracristoforescamente io continuo a chiedermi che necessità ce ne sia.

La questione è ancora quella del dilemma tra realismo e idealismo in politica estera: nessuna migliore occasione, per riaprire le ostilità, dell'infelice esito delle elezioni bielorusse, e del contestuale ritorno al passato delle elezioni in Ucraina. In entrambi i casi, un'alternativa spinosa: il plateale tifo per una libertà forse più sbandierata che costruita, a rischio di mettere in bilico rapporti internazionali  da cui dipendono equilibri diplomatici ed economici; dall'altro, una condotta prudente e avveduta che preferisce  rischiare la conservazione dello status quo - anche quando si tratta di uno stato antidemocratico e illiberale. Il punto è: davvero la democrazia si esporta, si insegna, si suscita - o non è piuttosto frutto di un moto proprio nel quale non possiamo che intervenire come elefanti in cristalliere?

La tesi dei gemelli è che la salvaguardia democratica rischi paradossalmente di più dalla scelta di uno dei due corni del dilemma - la difesa di un ideale di autodeterminazione e libertà alla maniera  occidentale - che dall'altro - il quale pure può comportare apparentemente silenzio e toni accomodanti. In occasione della prima rivoluzione arancione, l'Europa scelse la prima via; ma meglio avrebbe fatto - per sé e per i popoli in questione a preferire la seconda. Per cominciare, mi chiedo quanto di questa evoluzione può essere legittimamente ascritta all'errore "intrinseco" di credere nell'esportazione della democrazia, e quanto invece non si deve insieme al complesso di circostanze che non riguarda solo né principalmente gli stati illiberali. La corruzione, il malgoverno, la pastosità delle coalizioni non fa forse parte dell'esperienza democratica - anche della nostra - come l'ineliminabile attrito della contingenza? E non hanno forse agito questi fattori in maniera decisiva su governi e assetti a noi più familiari, in maniera talvolta persino paradossale? Non voglio ributtarmi tra le braccia della nostra cronaca nazionale, ma chi avesse guardato da fuori l'evoluzione di Tangentopoli avrebbe speso non più di due minuti a dare ragione a chi ha deprecato il coinvolgimento successivo di personaggi "epurati" dalla magistratura, o la (ri)costituzione  di partiti che l'ondata giustizialista sembrava aver spazzato via.

Eppure, non è questa una ricchezza, anziché una sconfitta, della democrazia? Mi sembra anzi ammirevole una maturazione tale della democrazia che ha portato gli elettori, così precocemente, a riconoscere un indirizzo dannoso per il paese e a ricostruire un'alternativa. In altre parole, siamo davvero certi che l'Ucraina che oggi riabbraccia Yanucovich sia la stessa che due anni fa scarsi ha manifestato per disfarsene? Non lo credo affatto; e crederlo, secondo me, significherebbe avallare una concezione tutto sommato ciclica della storia, per la quale le situazioni non cambiano se non di propria iniziativa, e gli investimenti "idealisti" su evoluzioni e rivoluzioni sono destinati, come diceva qualcuno già un paio di secoli fa - a nient'altro se non ad accelerare ciò che tentavano di evitare. Certo, la storia non fa salti: ma se l'evidenza dei fatti ci dice apparentemente che le nazioni tornano sui propri passi, non possiamo fare a meno di notare come quei passi non siano, non possano mai essere gli stessi - e più che un circolo, la storia che percorrono somigli invece di più a una spirale, nella quale ogni nuovo passaggio sullo stesso punto è già un avanzamento.

Per questo insinuo il dubbio che il movimento di pensiero, di opinione e perché no, anche di sincera emozione democratica che sorse in quell'occasione non sia definitivamente morto e sepolto, e la scelta nuovamente di un candidato deprecato solo due anni fa possa essere letto come un fattore di crescita, anziché di stallo o di involuzione addirittura. Sostengo in altre parole che sia necessario considerare questa "malinconia", come la chiamano i gemelli, come un fattore della stessa crescita democratica, che non è certo fatta solo di momenti esaltanti come le cadute dei muri e le vittorie di candidati imbottiti di diossina. 

Di più: non sono certa che il nostro interessato silenzio di oggi sia un buon investimento per il futuro:  e che quanto è accaduto e deve ancora accadere - embargos energetici, fratture diplomatiche, mancato appoggio nei risiko mediorientali - non accadrà comunque. Se abbiamo sopravvalutato (o misvalutato) la determinazione europea nella capacità di influenzare con la sua opinione stridula l'evoluzione liberale in Ucraina e Bielorussia, non rischiamo altrettanto all'inverso?

Su un punto sono d'accordo con i gemelli: le politiche estere non si improvvisano. Detto questo, però, prima di giudicare con l'occhio alla "durata breve" - che ci farebbe dichiarare che le politiche di cui parliamo sono fallite senza gettare alcun seme destinato a germogliare -, che la loro cecità sia la causa di equilibri sfavorevoli per i loro sostenitori, e persino - come per la Bielorussia - che è troppo presto per la democrazia, ci penserei varie volte. Non tutto quello che finisce male merita su due piedi un perentorio giudizio negativo: la storia è lunga, molto lunga, e non ha alcuna fretta.