21/09/2006
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RAI: la differenza tra privatizzare e investire

Archiviato da janecalamity in: politica, media e tv

L'ammissione di Mario Landolfi - ora presidente della Commissione di Vigilanza RAI - che sia possibile "privatizzare" la RAI, a patto di affidarla a fondazioni - come la Treccani o la Luiss -, mi lascia piuttosto perplessa. Affermazioni come queste mi fanno talvolta dubitare se, all'interno della destra, gli aggettivi "sociale" e "liberale" possano mai avere qualcosa a che fare l'uno con l'altro. Riflettendo anche sulla cronaca politica quotidiana, mi viene spesso anzi da pensare che sarà sempre molto più facile, per due fazioni opposte, sentirsi vicine nel nome del primo aggettivo, che per due alleati di governo realizzare un programma attendibile sotto l'egida del secondo.

Anche in questo caso, le argomentazioni portate a sostegno dell'impossibilità di privatizzare - in tutto o in parte - la televisione pubblica mi sembrano stranamente convergenti tra i due estremi del Parlamento. La proposta di Landolfi non è nuova; ma ribadirla ora assume un nuovo significato, alla luce sulle polemiche relative alle privatizzazioni e al triste destino di note aziende ex-statali rilevate dai privati, sinteticamente riassunta dall'espressione "privatizzazione degli utili, socializzazione delle perdite". L'assunzione che la sorte di ogni liberalizzazione pubblica debba essere nefasta è naturalmente insostenibile, e rischia di offrire un formidabile sostegno proprio a chi vorrebbe la ricostituzione di carrozzoni statali, contro la quale si sono pronunciati quindici anni di storia politica del nostro paese.

Affatto scontata è inoltre l'identità tra privatizzazione e abbandono, quando non addirittura danneggiamento, dell'interesse pubblico perseguito da un'azienda che che passi dal controllo statale a quello di privati imprenditori. L'equivalenza tra statale e pubblico, e tra non-statale e privato, è tut'altro che pacifica; una maggiore familiarietà con il principio di sussidiarietà (spesso richiamato a proposito dell'istituzione scolastica, anche dagli interlocutori della Tavola Rotonda sull'educazione organizzata la scorsa settimana dalla Fondazione Ideazione) basterebbe a dissuadere da simili ingenuità e a spingere invece all'iniziativa della società civile per erogare servizi alla totalità dei cittadini, senza appesantirne la macchina statale

Ancora meno lapalissiana è l'associazione tra privatizzazione e  scadimento della produzione industriale e della qualità dei servizi; o peggio ancora, dello stato patrimoniale e del conto economico dell'azienda. Un'attenta analisi dei bilanci (come questa) basterebbe ad allontanare le conclusioni affrettate, mostrando come il pesante influsso del debito possa progressivamente erodere una buona redditività operativa. Il problema delle società nelle quali ciò si è verificato non è stato di certo l'innovazione, o la produttività, ma il peccato originale della modalità in cui la privatizzazione è avvenuta. Benché nessuno di noi si azzardi ad andare al supermercato senza soldi, questo è esattamente ciò che è stato consentito, dalla politica e dall'economia, agli imprenditori italiani nell'ultimo decennio.

E qui arriviamo a quello che un bersagio preferenziale di ogni polemica sul piccolo schermo, Fedele Confalonieri, sostiene da tempo: nel settore radiotelevisivo italiano sono mancati veri imprenditori, a parte la straordinaria eccezione costituita da chi ha costruito e portato al successo l'azienda da lui attualmente presieduta. Eccettuato il Cav., nessuno ha realmente messo mano al portafogli per acquistare strutture, frequenze (sì, anche le frequenze, disponibili sul mercato, se non presso lo Stato) e programmi in maniera tanto significativa da cambiare realmente equilibri la cui staticità e anomalia vengono oggi addebitate al solo Berlusconi.

Una diagnosi spicciola, ma efficace per il settore radiotelevisivo  e non solo, se nella stessa Telecom, all'epoca della privatizzazione, la maggiore famiglia italiana di imprenditori, gli Agnelli, fu disposta a investire per una quota non superiore allo 0,6%. Tanto basta per far sospettare che il vero problema non sia la partecipazione dei privati, o meglio: sia esattamente la partecipazione dei privati, ossia la disponibilità a credere, impegnarsi e investire in un'impresa oltre le mere operazioni finanziarie, che sembra assai scarsa.

Affidare ai privati la RAI non significa snaturarla o svenderla:  tutto sta a trovare attori realmente in grado di assumersi la responsabilità imprenditoriale di un'azienda del genere. Lo scrupolo comunemente spacciato con il nome di "servizio pubblico" sarebbe soddisfatto con la semplice indicazione di una serie di linee guida cui le tre emittenti- o una sola di esse, come appare più ragionevole - dovrebbero attenersi come requisiti minimi. L'alternativa, il rifugio nell'ennesimo cimitero degli elefanti - sottratto, peraltro, al controllo popolare, al contrario del modello inglese in cui la BBC risponde al Parlamento - che infine demanderebbe l'effettiva gestione a lobby assai meno trasparenti delle attuali, sembra francamente impraticabile: e più parente dell'aggettivo "sociale" che di "liberale".